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Animali d’affezione in condominio. Quando emergono profili di responsabilità penale?

Avv. Maria Mercedes Pisani


Quando emergono profili di responsabilità penale?

Da quando è entrata in vigore la riforma del condominio che prevede che si possano liberamente tenere animali d’affezione nel proprio appartamento è sempre più diffusa l’abitudine di accogliere un piccolo amico a quattrozampe col quale condividere gli spazi domestici. Ma a volte la presenza del pelosetto provoca litigi tra i vicini, che come nella tradizionale contesa tra cane e gatto, si scontrano per motivi più o meno giustificati. Non è raro, infatti, che oltre al meticcio di piccola taglia, in condominio siano presenti anche amanti di cani più impegnativi per stazza o per razza.

gatti e cani che si affacciano

Abbastanza recentemente, la Corte di Cassazione si è occupata della lite tra due vicini, perché l’uno, possessore di un cane di razza pitbull, omettendo di controllare l’animale, gli consentiva di scavalcare il cancello e di esplorare la confinante proprietà delle persone che, perciò, avevano denunciato la commissione di atti persecutori in loro danno. È proprio il reato che abitualmente chiamiamo “stalking”, quello che viene addebitato a quei compagni/fidanzati che non accettano la fine di una relazione sentimentale, che è stato contestato in questo caso. La condanna nei confronti di questo, quanto meno negligente, padrone è stata confermata in tutti e tre i gradi di giudizio, poiché le scappatelle del suo cane causavano terrore nei vicini al punto da condurli a esasperazione e disperazione, data la loro incapacità ad impedire gli sconfinamenti e a respingere le visite dell’animale che incuteva loro così tanto timore.

(Cassazione sezione V penale, n. 22124/2022)

In un appartamento di un altro condominio, invece sono stati trovati venti gatti e quattro cani, chiusi in stanze quasi del tutto prive di luce naturale, perché forse la padrona non voleva che i suoi animali venissero notati dall’esterno oppure temeva che potessero scappare dalle finestre. In questo caso, il reato contestato è l’abbandono di animali previsto dall’art. 727 del codice penale.  Questo reato prevede una tutela particolare per gli animali “domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività”. Si considera, infatti, meritevole di maggior tutela e meno capace di soddisfare autonomamente le proprie necessità, l’animale abituato a vivere in appartamento o in una comunità “umana” perché a differenza del randagio non è in grado di procurarsi cibo, di trovare riparo, di evitare le insidie della vita di strada. Per la Suprema Corte, hanno rilevanza, infatti, non solo i comportamenti che offendono il sentimento comune di pietà e caratterizzati da manifesta crudeltà, ma anche quelli che incidono sulla sensibilità psicofisica degli animali, procurando loro patimenti ed afflizione. La modifica dell’art. 727 del codice penale nel 1993, e l’introduzione poi della l. n. 189/04 infatti, hanno mutato il presupposto sotteso alla tutela giuridica degli animali, non più indiretta e legata alla offesa al sentimento comune di pietà provocata all’uomo dalla visione dei maltrattamenti nei loro confronti, ma diventata ormai una tutela diretta, in quanto esseri viventi e senzienti. In questa nuova prospettiva, anche le condizioni di privazione di cibo, di acqua, di luce, le precarie condizioni igieniche, di nutrizione, la detenzione degli animali con modalità che ne minano le condizioni di salute costituiscono una modalità che, si ritiene, arrechi loro gravi sofferenze.

Analogamente, quindi, nella causa in cui si trattava di sette cani tenuti all’interno di un’abitazione in condizioni considerate “incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze fisiche e psichiche”,  il proprietario è stato considerato responsabile del reato di abbandono di animali rilevate le condizioni di sporcizia dell’immobile, la totale assenza di igiene dell’abitazione, le tracce di corrosione dovute all’urina, i rifiuti in ogni dove e la sporcizia sugli animali stessi, tutti elementi che senza dubbio connotano condizioni di detenzione degli animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di sofferenze. 

Cassazione penale sezione terza 39844/2022.

Non è contestato, invece, in questo caso, il reato di maltrattamento di animali, poiché le condizioni igienico-sanitarie precarie non sono sufficienti a costituire sevizie.

La corte di Cassazione esplicitamente affermato che, rispetto al rapporto con l’uomo, gli animali non sono tutti uguali e perciò, quelli ad esso più vicini, meritano una posizione di maggior riguardo a livello di tutela (sent. 16755/19). Questo vuol dire, in particolare, che le condotto saranno analizzate tenendo conto della diversa natura e delle attitudini etologiche di ciascuno degli animali ed in relazione alle specifiche esigenze legate alla specie, alle caratteristiche.  Attenzione, perciò: la detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura è ancor più rilevante sotto il profilo di responsabilità penali ed amministrative quando si tratti di animali esotici per i quali, in alcuni casi, è necessaria l’importazione con provvedimenti amministrativi specifici e la detenzione con specifiche autorizzazioni, distinguendo, peraltro, tra animali pericolosi e non pericolosi. Alcuni animali esotici infatti, possono essere tenuti anche in appartamento, ma il padrone deve sempre assicurarsi che essi non siano ricompresi nell’elenco degli animali vietati e deve sempre avere l’accortezza di predisporre ogni elemento necessario a tutela della salute di chi gli sta vicino e in particolare degli altri condòmini.

Restando nel settore tradizionale dell’animale d’affezione, come cani e gatti, in ogni caso, il loro padrone dovrà assicurarsi che essi siano tenuti nel più assoluto rispetto degli spazi comuni e dei diritti altrui.

Oltre ad avere a mente la tutela dell’incolumità degli altri condòmini, il proprietario di un animale è tenuto a vigilare sul proprio amico peloso perché non arrechi danni agli altri o a cose, perché non sporchi gli spazi comuni. Ad esempio è buona regola – non sempre osservata anche in città – provvedere a raccogliere immediatamente gli escrementi del proprio animale. È opportuno vigilare e condurre il proprio animale al guinzaglio quando si frequentano gli spazi comuni e avere con sé la museruola, in modo da provvedere, se necessario, a fargliela indossare. 

Non dimentichiamo, inoltre, che un cane adulto non può stare più di qualche ora da solo in casa, ha bisogno, di poter uscire, giocare, annusare e svolgere le sue attività, perciò chi non ha la possibilità di gestire il proprio tempo da dedicare all’animale da compagnia, dovrebbe evitare di adottare un animale al quale non è in grado di assicurare le cure e le attenzioni adeguate. Il proprietario di un appartamento in condominio che lascia i propri cani scorrazzare liberamente e sporcare gli spazi comuni, senza provvedere a pulire gli escrementi e rimediare ai danni arrecati sai suoi animali, potrebbe commettere vari reati; dall’abbandono degli animali all’omessa custodia e malgoverno di animali, fino al delitto di imbrattamento nei casi più gravi.  I condomini che hanno trovato che la situazione era diventata intollerabile, a causa degli odori nauseabondi e delle condizioni igieniche del cortile comune, al punto da dover rinunciare a frequentare le zone comuni del condominio, hanno sporto querela ed hanno agito civilmente per il risarcimento del danno ed hanno anche ottenuto un provvedimento che ha vietato al vicino di tenere animali liberi in condominio. Infatti, un provvedimento giudiziario può anche intervenire a stabilire un limite al numero di animali presenti in casa, proprio per evitare disturbo a causa dei rumori e delle condizioni di igiene, ai vicini di casa. Sebbene non possa più essere vietato tenere animali in condominio, è possibile che un "numero elevato di esemplari di animali " secondo la Suprema Corte, provochi "un’immissione (di rumori e di odori) che non è generata da un uso ordinario per civile abitazione” e pertanto va limitato. La donna che era stata denunciata e nei cui confronti esperita l’azione civile, è stata condannata a risarcire 2 mila euro a persona per ciascun vicino, per un totale di 14 mila euro.

Prestare attenzione ed usare correttamente il guinzaglio serve anche ad evitare quelle forme di responsabilità penale derivante dalle lesioni che possono essere conseguenza di una custodia imprudente e quindi di aggressione da parte del cane nei confronti di altre persone o di altri animali. L’omessa custodia infatti si accompagna alla una responsabilità per lesioni, di cui è stato ritenuto responsabile il proprietario che non teneva il proprio cane al guinzaglio e non è stato in grado di richiamarlo all’ordine, determinando un’aggressione e le lesioni conseguenti, ai danni di una donna. La condanna è stata comminata anche quando l’aggredito è stato un altro cane, proprio per il valore di affezione e per il bilanciamento di responsabilità a carico del proprietario de cane non adeguatamente custodito e governato.  (Sentenze 2286/2023 e 926/2023)

Facciamo, quindi, attenzione ai nostri piccoli amici e adottiamo quelli che per dimensioni, carattere e capacità sociali sono più adatti all’ambiente in cui li terremo e al tempo che potremo dedicare loro.

Quando gli animali in condominio diventano intollerabili con chi bisogna prendersela?

Se è un principio ormai acquisito che tutti abbiano il diritto di tenere un animale d’affezione con sé, anche in condominio, questo non può avvenire che nel rispetto della incolumità e della salute di tutti.
Sono importanti non solo le condizioni in cui sono tenuti gli animali, ma anche le modalità con cui essi vengono governati, per non incorrere nella responsabilità penale per la commissione di vari reati.

 

Normativa di riferimento

Si suggerisce di consultare la convenzione di Washington sul commercio internazionale di specie di flora e fauna selvatiche e minacciate di estinzione del 1963, ratificata dall’Italia con la l. 874 del 19 dicembre del 1975 ed il Regolamento CE 338/75 per individuare l’elenco delle specie minacciate dall’estinzione per le quali il commercio è sempre assolutamente vietato; le specie che possono essere commerciate a condizione di seguire alcune regole al fine di assicurarne la sopravvivenza; le specie protette dai singoli Stati che, conseguentemente ne controllano l’esportazione. Nella convenzione sono indicati anche gli animali che NON è consentito tenere in casa, come gli animali selvatici, ad esempio, la cui vendita e cattura sono vietate. A questo elenco si aggiungono le disposizioni del DM per l’ambiente del 19/04/1996, modificato il 26/04/2001, che vieta il possesso di alcuni animali perché ritenuti pericolosi. Tra questi alcune specie di serpenti e di aracnidi, la cui detenzione è assolutamente proibita.

Le sanzioni previste in caso di violazione sono particolarmente severe, sia che si applichi la pena pecuniaria sia che sia prevista la reclusione (fino a tre anni)

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